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lunedì, 22 ottobre 2018

Per Susanna i chili di troppo, che non aveva, erano diventati un’ossessione. Li sentiva e vedeva ovunque, sulle sue guance scarne, sulla sue gambe magrissime e deboli, sulla sua pancia piatta e ossuta. La sua era una guerra contro se stessa: si era convinta, che per il suo essere “inadatta” al mondo, l’unica soluzione possibile fosse  annientarsi, scomparire, diventare invisibile. Ogni giorno sempre più, a poco a poco, in un lungo percorso di negazione, che ebbe inizio con il vomitare sofferenze, dolori e rabbie, fino a non aprire più bocca per cibarsi.

Una storia che parte da lontano

La storia di Susanna, parte da lontano assieme a lei.  Ha otto anni, quando una coppia italiana la raggiunge in un orfanotrofio situato in un piccolo e povero paese non lontano da Bucarest, per adottarla.  Non ha mai conosciuto la sua famiglia di origine e della sua infanzia vissuta “nel luogo dell’orrore” – come lo definisce- preferisce non ricordare nulla. Arriva in Italia, consapevole solo delle assenze e delle rinunce alle quali era stata costretta: una famiglia, un piatto caldo sicuro, attenzione e amore. Tutte sensazioni sconosciute, che le sembravano così anormali e distanti da ciò che le era appartenuto fino a quel momento. «Sono arrivata a Napoli –  racconta Susanna-, che sembravo un maschiaccio, ero già esile, minuta. Avevo la testa completamente rasata, perché lì, in “quel posto”, quasi tutti i bambini erano affetti da pediculosi. Il passaggio dal mio mondo alla realtà che stava per risucchiarmi, fu devastante.  Non riuscivo a capire. Pensavo alla mia vita in Romania, che mi aveva imposto di diventare adulta subito e non riuscivo a comprendere perché all’improvviso, davanti a me, c’erano tante, tantissime cose di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza, a cominciare dal cibo. Quando entrai per la prima volta nella mia prima casa, fui sommersa da giocattoli, peluche e pensieri di tanta gente che si presentava a me definendosi zia, nonna, cugino. La mia cameretta era grande e bella, forse troppo. Tentai, giorni dopo, di incendiarla. Non riuscivo a capacitarmi. Io, grigia e malnutrita. Io, piena di colori e benessere. Di notte piangevo, mi mancavano i mie amichetti, e un po’ mi sentivo in colpa. Loro erano rimasti lì».

GLI ANNI DELL’ANORESSIA– Susanna, crescendo, ha apparentemente tutto ciò che si può desiderare, ma non le basta, perché c’è sempre in lei un senso di abbandono che la perseguita e che le ricorda “ chi non è “, allontanandola dalla  possibilità di essere felice. E’ chiusa, introversa, sempre sulle sue. Ha pochi amici. A ventisette anni, molla la presa e si abbandona. Sprofonda nel tunnel dell’anoressia. «Mi chiudevo sempre di più-  confessa- non mi accettavo, a tratti non mi riconoscevo. Il pensiero di essere stata abbandonata, “gettata”, mi tormentava,   e questo incideva su tutti i miei rapporti. Preferivo non costruirne, la paura di poterli perdere era per me, inaccettabile. Mi sentivo sempre fuori luogo e fuori tempo ed è per questo che nella mia vita c’è stato un   giorno esatto che ha segnato l’inizio di due anni duri di malattia. Uno svenimento, un’ambulanza e un ricovero, è tutto ciò che ricordo prima della mia rinascita».

RITORNARE A VIVERE-Giorni interminabili di medicine, cure, percorsi psicoterapeutici, pazienza, coraggio,  ma alla fine Susanna ce l’ha fatta. Oggi, a quasi trent’anni, progetta e racconta della sua nuova esistenza. Il fidanzato Mario, con cui l’anno prossimo si sposerà; una seconda laurea in Psicologia; un viaggio con i suoi genitori; prendersi cura di lei stessa; avere figli e adottare due bambini. «Conoscere da vicino la morte, ti aiuta a capire che non c’è nulla di più bello della vita, qualunque ti sia capitata».

C.C