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domenica, 21 ottobre 2018
Una pratica diffusa da tempo che obbliga le dipendenti ad alternarsi nelle gravidanze. Una modalità giusta secondo i datori di lavoro che in realtà obbliga, spesso, le donne a licenziarsi o a dover chiedere ‘scusa’ per la dolce attesa
Fare figli sì, ma a turno. È questa la nuova, drammatica, realtà, del mondo del lavoro giapponese. A raccontarlo al mondo è Sayako (nome di fanatasia), una dipendente che ha parlato all’Afp sotto falso nome.
A 35 anni Sayako vuole a tutti i costi un secondo figlio. Ci prova per due anni, sottoponendosi a svariate cure. Il suo capo un giorno le dice di lasciar perdere perché “ha perso il suo turno”. È fuori tempo massimo, insomma. A deciderlo però non è la natura, ma una sorta di ‘calendario delle nascite’. Non una novità in Giappone, dove il tasso di natalità sta rapidamente calando.

“Hai già un bambino, perché non ti prendi una pausa?”. Queste le parole del suo capo per giustificare la precedenza sul ‘turno nascite’ di un’altra dipendente, appena sposata.

Ma Sayako non ci sta. “Ero scioccata e stordita. Me ne sono andata altrimenti fossi rimasta incinta avrei dovuto chiedere addirittura ‘scusa’”. Lontano dai ‘turni’, la donna riesce a rimanere incinta e a dare alla luce il suo secondo bambino.

Non solo Sayako. Anche un uomo a inizio anno ha ‘denunciato’ la situazione, scrivendo una lettera al quotidiano Mainichi Shimbun, raccontando la storia della moglie, rimasta incinta ‘fuori dal turno’ e ‘sgridata’ dal capo. “Come hai potuto violare le regole senza chiedere?”, avrebbe detto il principale. La lettera ha scatenato un dibattito sulla pratica, che secondo gli esperti è particolarmente diffusa nei settori che hanno difficoltà a trovare e a trattenere dipendenti, come negli asili nido.

La questione riguarda due dei nodi più importanti del Giappone: il calo della popolazone e la lotta delle donne per bilanciare lavoro e famiglia. “O lavori o fai la casalinga. Per i ‘nostri’ ideali se rimani incinta puoi anche lasciare il lavoro”, ha spiegato Kanako Amano, ricercatrice alla NLI. “La pratica è diventata normale per la maggior parte delle impiegate”, ha raccontato alla Afp. “Alcune donne, addirittura, non si rendono conto dell’ingiustizia, ma si sentono grate per aver ottenuto la maternità”.

I legali sostengono che obbligare i dipendenti a questi ‘turni’ è illegale, ma, secondo un alto funzionario dell’Istituto di ricerca per la prima infanzia di Tokyo, oramai necessario in luoghi di lavoro come asili nido e ospedali. E mentre alcuni datori di lavoro considerano la politica come “equa”, le donne hanno detto all’Afpp che il sistema ha avuto l’effetto di far pressione sui novelli sposi o sulle donne più anziane per “sbrigarsi” e rimanere incinte. La questione è solo una delle numerose sfide per le donne sul posto di lavoro in Giappone, che occupa il primo posto, tra i paesi del G7, per rappresentanza femminile in politica e affari.

Ma c’è anche chi, come Mayu (nome di fantasia) dopo il suo ‘turno’ è tornata al suo lavoro di infermiera. “Ho chiesto al mio capo di farmi fare un programma di aggiornamento per una futura promozione, ma la sua reazione è stata sconvolgente”. La caposala, infatti, le ha rinfacciato la maternità. “Hai preso un congedo di maternità e hai lavorato meno, che altro vuoi?”. Un’affermazione che ha abbattuto Mayu, che ha visto chiudersi le porte della sua carriera.

“C’è una frase ‘messhi boukou’ in giapponese che significa ‘uccidere la tua vita privata per servire'” conclude Amano. “Lo stile di lavoro o la cultura che presenta ‘messhi boukou’ è la radice di tutti questi mali.”

credit: repubblica