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martedì, 24 aprile 2018

a cura di Eleonora Tedesco

Piante, tende colorate, la veranda realizzata per avere una parvenza di privacy, un gatto che sornione da il ben venuto. Tentativi di far entrare la bellezza lì dove è complesso pensare che si possa vivere.Albergo_poveri_rete-2

Civico numero 7 di via Bernardo Tanucci, una stradina in salita che costeggia il Real Albergo dei Poveri. Il palazzo sembra uno dei tanti del Centro Storico partenopeo, ma lungo le scale non ci sono le porte perché per trovare gli appartamenti bisogna arrampicarsi fino in cima, su di un terrazzo dove sono schierati uno accanto all’altro dei cubi di tufo e cemento che più che case sembrano bassi ai piani alti. Doveva essere una soluzione provvisoria per accogliere gli sfollati della Seconda Guerra Mondiale, poi un rimedio temporaneo per i terremotati, invece da generazioni 84 famiglie, abitano tra il corridoio 1 e 2 all’ombra di Palazzo Fuga.

“Siamo completamente dimenticati da tutti – ci raccontano alcuni inquilini – i solai sono pericolanti e rischiano di crollare, le mattonelle per le infiltrazioni d’acqua si sono rigonfiate e traballano. Tutti gli interventi sono stati fatti a spese nostre, compresi i servizi indispensabili come luce e gas. Neanche per il controllare la messa a terra è arrivato qualcuno”.

La gestione dei manufatti, quando ancora c’erano le suore, un carcere minorile e una casa d’aste faceva capo a un amministratore dei Collegi riuniti; quindi sono passati sotto il controllo del Banco di Napoli, in fine alla Romeo che avrebbe dovuto manutenerli per conto del Comune. Ma qui, raccontano i residenti, “non si è mai visto nessuno tranne chi alla vigilia delle elezioni veniva a fare promesse per poi volatilizzarsi”. Anzi, il paradosso più grande è che sono stati chiesti aumenti dei canoni e alcune persone, pur pagando da anni, sono considerate occupanti abusivi di suolo pubblico.

“Qui ci abita la mia famiglia dagli anni ’40 – spiega uno dei residenti più anziani – i miei genitori avevano un contratto in regola, io pago l’affitto, non capisco come si faccia a definirmi abusivo”.

Non tutti versano la stessa cifra: qualcuno 20 euro, altri 170, altri ancora nulla. E’ una delle tante anomalie dei cubi di tufo tra i due corridoi dove chi soffre di più sono gli anziani, i disabili e i bambini costretti tra case anguste e nessuno spazio per giocare. “Una volta si dormiva in cinque in una stanza – ricorda sorridendo la signora Cira – nel tempo siamo diventati una famiglia allargata, ci aiutiamo a vicenda e soprattutto diamo una mano a chi tra noi ha più bisogno”. Solidarietà che non cancella i disagi e il degrado dell’abitare in uno spazio assolutamente inadatto. “Ci sono persone invalide rimaste intrappolate per 15 anni senza potersi muovere finché non sono morte” racconta la signora Cira che aprendo le porte delle sue due minuscole e ordinatissime stanze ci mostra i cantieri che circondano e puntualmente non riguardano il civico 7. Un mondo che è difficile da giudicare come limite perché le persone considerano quei bassi accatastati su un terrazzo pur sempre casa, un tetto da assicurare ai loro figli. C’è anche chi ha provato ad andar via, ma dal 1994 aspetta un alloggio popolare nonostante sia aggiudicatario. Poi ci sono i ragazzi che, invece, non avrebbero un attimo di tentennamento e se potessero fuggirebbero subito via. E c’è il custode che quando si prova ad entrare nel portone ammonisce: “Non dite che viviamo al limite dell’accettabile altrimenti il Comune arriva ci manda via tutti e poi – è la paura più frequente – ci ritroviamo per strada”. La fiducia nell’Amministrazione non vive su questo terrazzo.