Riportiamo il post di Selvaggia Lucarelli che ricorda come Veronica Sogni strappata alla vita dal terribile male non era solo una Miss

 

Veronica Sogni è morta a 28 anni dopo una lunga malattia. Un tumore al seno di quelli cattivi e ostinati che l’aveva sorpresa a 24 anni, quell’età in cui pensi che i mostri da combattere siano fuori dal tuo corpo e che le risorse a cui attingere saranno sempre una borraccia piena.
La notizia della sua morte è stata data dalla stampa con un risalto insolito e strombazzato non certo per la sua lotta e la sua malattia (perchè di donne che lottano contro tumori al seno ce ne sono tantissime), ma perché Veronica era stata una Miss. Basta sfogliare giornali e leggere i siti in questi giorni per vedere la sua vecchia foto con la fascia accompagnata da titoli in cui lei è sempre la Miss. Veronica la Miss, Veronica ex finalista di Miss Italia, Veronica la Miss che non ce l’ha fatta e così via. Eppure Veronica era molto di più. Quel concorso l’aveva fatto nel 2009, quando era ancora una ragazzina sana e la vita non l’aveva messa di fronte alla sua prova più grande. Già all’epoca si era sentita nel contesto sbagliato, diversa dalle altre, troppo androgina. Lo raccontò anni fa a i-D Vice: “Non mi sentivo a mio agio. La altre ragazze erano tutte più piccole di me e agguerritissime con mamme al seguito…”.
Prima ancora aveva dovuto rinunciare alla danza perché non aveva la muscolatura giusta e poi alle sfilate perché non aveva l’altezza giusta. Ma faceva la fotomodella e le cose andavano bene perché Veronica non era solo bella. Era magnetica, spigolosa, interessante.
Non era più una miss, viveva la sua bellezza come uno strumento di lavoro, non cercava lusinghe. Il tumore le aveva dato il primo morso feroce la vigilia di Natale del 2012. Era stato scoperto tardivamente e aveva capito subito che la guerra sarebbe stata insidiosa. L’iter era stato inevitabile: chemioterapia, mastectomia, menopausa farmacologica e radioterapia alla fine. Veronica ha combattuto sola (ma non negli ultimi tempi, quando la madre si è riavvicinata), perché con la famiglia i rapporti non erano mai stati solidi e felici. Accanto a lei però, per ben 10 anni, c’è stato quello che è diventato suo marito proprio durante la malattia. L’uomo che l’ha sposata un mese prima che Veronica morisse e che sulla sua bacheca fb oggi scrive “Mi mancherai ma ci rivedremo. Ti amo.”.

Veronica non era una miss. Lo era stata per poco, e per sbaglio. Veronica era la cosa più lontana da una miss che si possa immaginare. Aveva accettato il suo cranio pelato per la chemioterapia, non metteva parrucche, si era perfino depilata le sopracciglia. Appena i capelli le erano ricresciuti di un centimetro, li aveva tinti di blu e poi giallo oro.”Little alien” si definiva ironicamente nella sua biografia su twitter. “Non ho mai patito la mancanza dei capelli. Le terapie portano a sentirsi umiliato. Si rasavano i capelli alle deportate, si annullava la femminilità delle donne. Io non mi sono vergognata, mi sono piaciuta!”, aveva detto. Mentre lottava, mentre cercava di preservare il suo corpo dall’aggressione della malattia, mentre accettava di essere ormai “una modella difettosa”, la vita si faceva sempre più difficile. Un paio di marchi le avevano offerto ancora qualche piccolo lavoro (Trussardi e Mark Wave), ma Veronica viveva con un sostentamento ridicolo, che rendeva il tutto ancora più complicato e doloroso.

La notizia delle metastasi, nel 2015, era stata un colpo durissimo. Pensava di aver superato la parte più dura della malattia e invece era un futuro in salita. L’aveva tradita anche il fegato, sapeva che era una sfida di quelle che si possono perdere. Veronica però non era una miss. I suoi sogni non avevano a che fare con lo specchio e aveva cominciato a inseguire la musica. Per la danza e per la moda, era stata considerata difettosa, forse la musica avrebbe accarezzato le sue cicatrici, i suoi muscoli meno definiti di quelli di una etoile. Postava alcuni suoi video in cui cantava sui social, aveva provato ad entrare ad X Factor, stava sognando come una qualunque ragazza di 28 anni. Che però non era una ragazza qualunque.

Le parole più belle su Veronica sono quelle della chirurga che l’ha operata al seno, Alberta Ferrari. Scriveva di Veronica, sul suo blog su L’Espresso, con un affetto che, lei stessa ammette, era quasi diventato una debolezza: “Lo ammetto: dopo anni di rigorosa professionalità in tema di relazione empatia medico-paziente, sono deragliata dai binari. Come in un innamoramento fulmineo e puntualmente del tutto fuori luogo, nel caso di una giovane affetta da tumore al seno i solidi e rigorosi argini della giusta distanza emotiva sono scoppiati in un’allegra bolla di sapone. Chi è lei? La fanciulla lo sa bene. All’inizio colpisce la bellezza imbarazzante, immediatamente dopo quanto poco se ne identifichi; è invece un pugno nello stomaco la personalità forte, dura, ossianica, da bambina adultizzata. L’inaspettato crollo in abissi di fragilità e dolcezza estreme. Il tutto condito da un’intelligenza acuta e un’ironia geniale.”. Parlava di Veronica, della sua voglia di vivere, della sua “angoscia che alla fine l’aveva colta di sorpresa” e infine, dopo la sua morte, di quanto sia stato ingeneroso definirla sempre e insistentemente una miss.
“Veronica era ben altro e ben oltre l’aspetto appariscente acchiappa clic. Impegnata in tutte le iniziative per la salute delle donne, Veronica ha contribuito a quel cambio di cultura per cui il malato di cancro non si deve nascondere, vergognare, colpevolizzare e senza essere una Emma Bonino. In giro con la sua testina calva mai dissimulata (che su di lei sembrava un vezzo rocchettaro) raccontava apertamente del suo tumore e anche delle sue metastasi. Sfondando uno dei più forti tabù come una lama in un panetto di burro. Con semplicità.”. Infine, il pensiero della chirurga va a Wondy, ovvero Francesca Del Rosso, morta di tumore a dicembre, che per Veronica era stata un modello e un’eroina: “Ringrazio Wondy. Veronica teneva molto ad avere un suo oggetto tramite l’asta benefica e io le ho portato una maglietta con farfalle. Non sapevo perché l’avevo scelta, non è il mio stile, poi ho capito che era per lei. Se l’è stretta sul cuore e dal giorno dopo Veronica è scivolata in coma; mi piace pensarla aggrappata al volo di quelle farfalle mandate da Francesca per aiutarla a salire lassù.”. Ciao Francesca, ciao Veronica. Due donne incredibili, altro che Miss o figurine acchiappa-like.