Matteo Renzi continua il suo lungo tour per presentare il suo ultimo libro “Avanti” edito da Feltrinelli. In una delle sue tappe si è concesso, per una lunga intervista, ai colleghi di Vanity Fair. Il numero sarà in edicola domani, 9 agosto.

Questo un piccolo estratto tratto dall’intervista realizzata da Silvia Nucini.

Suo padre è indagato in due procedimenti – uno archiviato – per traffico di influenze. I giornali hanno pubblicato – e continuano a pubblicare – vostri scambi di messaggi in cui lei, a un certo punto, sembra dubitare della buona fede di suo padre. Questo ha lasciato qualche traccia nel vostro rapporto?

«No, credo di no. Ma fa male, molto male. E quando lui, qualche settimana fa, si è operato al cuore e l’ho visto sul lettino in ospedale, ho pensato fosse colpa mia. C’era mia madre con me e mi è sembrato di vedere nel suo sguardo lo stesso mio dubbio. Mi sono venute le lacrime agli occhi, ma le ho trattenute, e nessuno si è accorto di nulla. Detto questo, penso che il procedimento contro mio padre sarà archiviato anche stavolta: non c’è nulla di nulla, se non il cognome che porta. Ma saranno i giudici a decidere, io intanto aspetto di sapere i nomi di chi ha falsificato le prove contro l’allora premier. Nessuno ne parla, ma a livello istituzionale questo fatto è di una gravità inaudita». «

Li ho visti i leccaculo professionisti, potrei tenere un corso per riconoscerli. Non lo immaginavo, ma la discesa dal carro è un momento spassoso: quelli che prima ti adulavano, smettono di salutarti. Ma è un gioco, e io sto al gioco».

Immagino che il suo ritorno a casa, dopo tanti anni di presenze sporadiche, abbia portato una ridefinizione degli equilibri in famiglia.

«Sì, sia fisici che emotivi. È stata molto brava Agnese, quando ha deciso che loro non sarebbero venuti a Roma. Io, all’inizio, non ero d’accordo, ma con il senno di poi le do ragione. Stare a Pontassieve ha consentito ai miei figli di vivere una vita normale. E avere, al massimo, solo qualche compagno che li prendeva in giro per il referendum o per la mia pronuncia inglese, ma niente di più».

Quindi per i suoi ragazzi è stata un’esperienza normale avere un papà presidente del Consiglio?

«Sì, anche se ci sono state delle cose da calibrare. Per esempio il fatto che io tornassi a casa e mi mettessi a loro disposizione per giocare alla playstation o fare solo cose divertenti. Agnese sosteneva che non fosse un atteggiamento educativo. Diceva: non è che io sto sei giorni qui a spaccarmi la schiena, e poi arrivi tu e fai lo splendido. Però ci sono stati anche momenti spiacevoli per me, per esempio quando i miei figli non mi volevano alle loro partite perché avevo 10 persone di scorta. Adesso che sono più spesso a casa faccio le cose normali che fanno tutti i papà, tipo mettere la sveglia alle 3 di notte per andare a prendere mio figlio dopo una festa. E non sentire la sveglia…».